Parte I
Mi sono laureata nel 1998, presso la facoltà di scienze matematiche fisiche e naturali, a 23 anni.
Dopo due settimane lavoravo presso l'ente che mi aveva ospitata per le ricerche inerenti alla mia tesi: dovevo fare una semplice attività di data entry. "Contratto d'opera", 100.000 lire al mese.
Due mesi dopo mi chiamano a casa, un professore dell'università ha dato il mio nominativo. Devono aprire una centrale elettrica a "biomasse" e la regione ha stanziato i soldi per un "master" e uno "stage". Con estrema certezza mi dicono che avrò un lavoro in questa nuova struttura. 3500 lire all'ora per 800 ore totali. Finisco in fretta la mia prestazione d'opera al museo e passo a questa formazione.
Per più di tre mesi faccio la pendolare per diverse località della regione.
Inizio uno stage presso la società che doveva costruire la centrale, dopo qualche settimana vengo spostata in un altro laboratorio: analizziamo le "acque" che grandi industrie fanno "refluire" nei fiumi. I grandi ricercatori però non si sporcano mai le mani e mandano me di persona al depuratore della città per prelevare campioni (in grosse taniche) da analizzare (tralascio i dettagli).
Un giorno travasando una di queste taniche di "acque reflue" in un'altra, succede un pasticcio e mi verso tutto il contenuto addosso. Per 3500 lire all'ora mi trovavo fradicia di un liquido che non sto a dire... col nodo in gola ho pensato "ma chi cazzo me lo fa fare?"
Infatti per questioni poliche ed economiche la centrale non è stata aperta e il discorso "biomasse" si è chiuso lì (e forse non sarebbe stato un bene solo per me se fosse continuato).
E allora mi iscrivo ad un corso di grafica, mentre cerco un lavoro.
L'ente con cui mi ero laureata mi richiama: un nuovo contratto d'opera a 100.000 lire al mese. Accetto, avrò sempre qualcosa da imparare: invece questa volta il lavoro consiste nello spostare fisicamente dei campioni (circa 20000 vasetti di vetro) dalla cantina al terzo piano della struttura, un vecchio palazzo austriaco logicamente privo di ascensore. Quattro mesi così e non dico queli erano le condizioni in cui lavoravo (credo non ci fosse neanche l'INAIL...ma ispettori non ne ho mai visti!).
Mi rinnovano il contratto: questa volta devo pulire dalla polvere una collezione e catalogare tutto. Il lavoro si svolge nello scantinato della struttura. Con i topolini che passeggiano sugli scaffali in alluminio (sento i loro passetti!). Ma è normale: è la gavetta.
Io sto solo lì a lavorare sodo, perchè prima o poi arriverà il mio riscatto. E un giorno arriva una speranza: indicono un concorso per un'assunzione. In realtà sono due, ma ad uno mi invitano a non presentarmi proprio (e non è la sede per proseguire...).
Solo che non si sa quando. E io intanto ho bisogno di soldi.
Al termine del mio corso di grafica avevo conosciuto una ragazza che lavorava in un posto dove si risponde ai numeri verdi.
E così comincia la mia avventura qui dentro.
Parallela a quella di un laboratorio con i campioni da spostare, mentre IMPARO in un call center come è un posto di lavoro VERO. Vero nel senso che siamo tutti uguali, che esiste la MERITOCRAZIA, non la raccomandazione, o la subordinazione giustificata dal numero delle pubblicazioni e dei dottorati.
Un giorno mentre ero in cantina a lucidare i miei campioni e a catalogarli entra uno dei direttori e mi invita a esporre il mio lavoro ad un gruppo di studenti della mia ex facoltà venuti in visita. E spiegare qual'è il lavoro che andrà a fare una persona con la nostra laurea, dando qualche consiglio sugli studi. E che gli dico?
Dai dati raccolti dal Clum CMME si stima che nel 2002 in Italia erano attivi 1280 call center , con un incremento del 34% dal 2000, anno in cui le postazioni (l'unità di misura occupazionale adottata nel settore) erano 73 mila. Nel 2001 - come riportato dall'ISIMM (Istituto per lo studio dell'innovazione dei media) - il 26,4% degli italiani adulti, pari a tredici milioni di persone, ha parlato almeno una volta con uno di loro.
Il 93% degli operatori ha un'età compresa fino a 29 anni, ma l'età media cresce di pari passo con il miglioramento del ruolo professionale, visto che il 94% dei supervisori ha più di
26 anni e, di questi, il 47% oltre i 30.
26 anni e, di questi, il 47% oltre i 30.
Sul titolo di studio si scopre che il 62% dei call center impiega meno del 40% di operatori laureati ed è elevata la percentuale di aziende che utilizzano i diplomati anche come manager.